martedì 19 febbraio 2008

Bussa alla porta












“Hai capito?”
“Si. Ho capito”
“Tra un quarto d'ora arriviamo a casa della vecchia. Lasciamo l'auto dietro la casa. Tu bussi alla porta e dici di essere Antonio”.
“Antonio è il nipote, giusto?”
“Giusto”
“E sei sicuro che non capisce che non sono il nipote?”
“Sicuro. La vecchia è sorda. E' uno scherzo che facevamo io e Antonio quando andavamo a trovarla. Rispondevo io al posto suo e lui si faceva un sacco di risate”
“...”
“E' facile”
“E' facile...”
“Qual è il problema?”
“Ho capito che la vecchia ci sente poco, ma mica è scema. Antonio è morto una settimana fa”
“Si, ma i vecchi perdono... come si dice? Perdono il senso della realtà. Quella quando sente che suo nipote è andato a trovarla manco ci pensa. E' felice e basta”
“Non lo so. Mi sembra strano”
“Tu non ti preoccupare. Dì di essere Antonio, e mentre la vecchia apre ci caliamo i passamontagna”
“Poi?”
“E poi cosa. Entriamo, la leghiamo e ci prendiamo la pensione”
“Ma tu sei sicuro di sapere dove ce l'ha?”
“Te l'ho detto. Antonio le rubava i soldi mentre lei ci preparava il caffè. Diceva che secondo lui la nonna lo sapeva, e che lo faceva apposta a mettere la pensione sempre allo stesso posto”
“E se la vecchia fa resistenza?”
“Gli diamo un paio di cazzotti nella pancia e la facciamo stare tranquilla”
“E perché ti porti la pistola?”
“Se fa la difficile e non sta tranquilla”
“...”
“Tranquillo. E' facile. Ci mettiamo poco. L'importante è che parli soltanto tu perché a me mi riconosce”
“E poi che devo fare?”
“La imbavagliamo e la leghiamo”
“E poi?”
“Poi prendo i soldi e ce ne andiamo”
“E se non li trovi?”
“Li trovo. La faccio cantare a furia di mazzate”
“...”
“Che c'è?”
“Quella muore”
“Ma che muore!”
“Muore, muore... e poi che facciamo?”
“Quando siamo lontani chiamiamo il 112”
“No. E' meglio che chiamiamo il 118”
“E perché?”
“Meglio l'ambulanza dei carabinieri. Diciamo che la vecchia ha avuto un infarto”
“Va bene. Mi sembra una buona idea”
“Vedi di mettere la terza che sennò questa macchina fonde”
“E qual è il problema, mica è nostra”
“E, ma se ci lascia a piedi i soldi ce li scordiamo. E poi quanto ci vuole ancora?”
“Dieci minuti”

“Ma l'hai visto?”
“...”
“L'hai visto anche tu?”
“...”
“Hai visto anche tu quella cosa?”
“Si. L'ho vista”
“E che cos'era?”
“Non lo so che cos'era”
“Guarda nello specchietto, io non vedo niente dietro”
“Sto guardando, ma non c'è più niente”
“Torna indietro”
“Non era niente. Era un banco di nebbia”
“Ma dove la vedi la nebbia. Non ce n'è. Torna indietro”
“Lascia stare. Era un po' di nebbia”
“Torna indietro!”
“Si, si. Sto girando”
“Che cos'era?”
“E che ne so che era”
“Tu dove l'hai visto?”
“Qua, in questo punto”
“Anch'io”
“L'ho visto sul lato mio, al centro della strada. Ma non c'è più”
“Infatti. Però l'hai visto anche tu?”
“Si. Ci siamo passati attraverso con la macchina”
“E che cos'era?”
“Non lo so”
“Sembrava un'ombra”
“Si. Sembrava un'ombra. Un'ombra luminosa”
“Sembrava la sagoma di una persona che stava sospesa”
“Si. La sagoma di una persona trasparente”
“...”
“...”
“Senti, quanto ci manca per arrivare dalla vecchia?”
“Tre minuti”
“Senti... io non me la sento più”
“Che significa che non te la senti più?”
“Significa che non me la sento più. Torniamocene”
“Hai ragione”
“Torniamo indietro”
“Pure io non me la sento più”
“Lasciamo la macchina qua e torniamocene a piedi”
“No, teniamoci la macchina”
“No. Lasciamo la macchina qua e torniamocene a piedi”

giovedì 17 gennaio 2008

Nel mare

Il mare le entrava in casa.
Era l’11 dicembre. Un martedì pomeriggio. Precisamente le tre.
Da nove giorni il mare era nero, grosso, rabbioso. Masticava la spiaggia per arrivare quasi a lambire la strada.
La strada appariva come l’ultimo argine in grado di contenerne la forza.
Oltre quella strada c’era lei, dietro i doppinfissi di un primo piano, a riempirsi di angoscia per ogni sguardo buttato all’orizzonte.
Liliana avrebbe voluto non vedere, avrebbe voluto non guardare.
Magari abbassare tutte le serrande, oscurare i vetri, ma con il rumore delle onde poteva poco.
Di notte l’accompagnavano fin dentro al letto, strusciavano fra le lenzuola per afferrarla e trascinarla via nel buio e nel freddo. E per quanto si sforzasse di udire in quelle onde la voce della madre sussurrarle una ninna nanna, le strofe erano stonate, l’alito puzzava.
Sprofondata nel cuscino Liliana vedeva i denti della madre marcire tra i vermi sotto un metro di terra e la bocca mangiata canticchiare parole che non ricordava più.

Quella mattina si era alzata sul presto. Aveva preparato la colazione per suo marito ed ora, appoggiata alla porta del bagno, lo guardava farsi la barba. Ascoltava il rumore del rasoio incontrare la resistenza dei peli, lo sciabordio dell'acqua, i colpi sul bordo del lavandino.
“Mi sento morire”, aveva detto.
Suo marito non le aveva risposto.
“Massimo, io mi sento morire”.
Suo marito batté il rasoio sul bordo del lavandino.
“Voglio un figlio”.
Massimo la fissò e lei chinò il viso per guardarsi i piedi nudi e freddi.
“Voglio un figlio, ne ho bisogno”, continuò Liliana.
“Liliana, ne abbiamo già parlato”, le rispose suo marito. Detto questo si insaponò di nuovo il viso.
“Ho paura Massimo, ho paura”, disse lei.
Suo marito si guardò allo specchio e con tranquillità disse: “Devi lavorare, riprendere a vivere, lo sai che questa è la soluzione”.
“Lo so Massimo, lo so…”
Liliana con le braccia strette fissava la tavoletta alzata del water.
“…ma ora che mia madre è morta…”, continuò.
“Tua madre è morta da più di un anno, non ora”, ribadì suo marito piuttosto seccato.
“Lo sai, la sogno ogni notte, e ogni notte sulla sua tomba c’è un bambino che piange”.
Massimo si sciacquò il viso. Parlò mentre teneva le mani in faccia, senza nemmeno guardarla:
“Ne abbiamo già parlato. E non credo che un bambino possa risolvere i nostri problemi”.
“Quali problemi, Massimo?”, Liliana ora guardava la ciocca bianca che suo marito aveva dietro l'orecchio.
“Un bambino adesso sarebbe un problema”.
“Un bambino adesso sarebbe la naturale conseguenza di ciò che siamo”, disse Liliana passandosi una mano sulla pancia, “O di ciò che fingiamo di essere”.
Massimo tolse gli occhi dallo specchio e si rivolse a lei, “ Liliana guardati, è più di un anno che non lavori. Te ne stai chiusa in casa come una massaia nevrotica. Sembra quasi che tu viva per inerzia. E poi con un solo stipendio non ce la faremmo”.
Liliana abbassò gli occhi e si accarezzò il collo, “Tu continui a sentirla, è vero?”
“Non ricominciare. Non è proprio il caso di ricominciare questa storia a prima mattina”.
“Non è mai il caso di ricominciare...”, continuò, ma suo marito la ammonì con fermezza: “Sono stanco di parlare sempre delle solite cose. E' una faccenda vecchia e passata. Discorso chiuso”.
“Ma tu continui a sentirla è vero?”
“Te l'ho detto. No.”
Liliana non disse più niente. Guardò il marito stringersi il nodo della cravatta, e desiderò che quel nodo fosse tutt’altro.
Se ne stava sull’entrata del bagno con le braccia strette mentre suo marito Massimo davanti allo specchio infilava la camicia nei pantaloni.
Sette ore prima.
Poi il marito la baciò ed uscì di casa.
Erano le otto.
Lei rimase sola. Il mare ruggiva. Il cielo era pesante. Decise di sparecchiare e di prepararsi un caffè ma la stanchezza la bloccava in ogni proposito. Osservò la cucina e si chiese se quello che vedeva avesse un senso. Come se quella tavola in disordine avesse qualcosa a che fare con la sua vita.
Tornò di nuovo a letto e provò a dormire.
Si alzò dopo due ore. Più o meno alle dieci.
Andò in cucina, aprì il frigo e vide che mancava il latte. E oltre al latte molte altre cose. Sarebbe andata al supermercato, ma prima avrebbe fatto una sosta al cimitero.
Si dette una sciacquata, si vestì, ed uscì in quel 11 dicembre.

Prese dei fiori olandesi dalla corona sferica. Un mazzetto giallo, l'altro bianco. La fioraia come ogni volta le regalò un mazzetto di fiori di campo. Liliana accennò ad un sorriso e stava per chiederle qualcosa quando vide che la fioraia stava già servendo un'altra signora.
Gli unici rumori venivano da un cantiere interno che la costrinse a deviare dalla solita strada. Sotto quelle nuvole basse operai scavavano la terra per ampliare l'ala ovest e aggiungere nuovo spazio al cimitero che si espandeva. Liliana deviò per la parte più antica, dove non era mai passata. Le lapidi apparivano abbandonate, persone morte i cui cari in vita ora giacevano nella zona più nuova, in un altro isolato. Per la prima volta osservò le foto di quelle vecchie lapidi. Volti di un'altra era impressionati in un bianco e nero senza alcuna sfumatura. Si attardò su delle foto che ritraevano neonati stesi su letti di morte. Piccoli corpi vestiti a festa in un'immagine che non aveva fatto in tempo a fermare quel loro attimo di vita. A loro mise i fiori olandesi.
Lasciò il cimitero dopo aver pulito per bene la tomba della madre ed essere riuscita a non piangere.

Tra gli scaffali del supermercato riempì un carrello intero, attenta a pesare il prezzo e la qualità di ogni prodotto. In fila al banco dei salumi ebbe un breve scambio con un uomo sulla quarantina. L’uomo dagli occhi vivaci e le mani rotte dal freddo chiedeva alla commessa se avessero dello strutto e confidava a Liliana che il sugo, o qualunque zuppa di legumi, con un po’ di strutto lo portavano in cielo.
“Lo provi, mi creda, anche se in questi supermercati è praticamente impossibile trovarlo”, l’uomo la guardò con fare ammiccante, si avvicinò e le sussurrò, “Ricetta di mia nonna”.
Liliana avrebbe desiderato parlare ancora, magari consigliargli una ricetta ma l'uomo prese i suoi due etti di prosciutto e andò via.
Liliana lo vide scomparire dietro uno scaffale.
Uscita dal supermercato sistemò le buste nel bagagliaio e si avviò verso la città vicina.

Per le strade operai arrampicati su grandi scale montavano luci e addobbi, ce ne erano ad ogni incrocio. Il passeggio sui marciapiedi era più fitto del solito, e le file ai semafori diventavano interminabili.
Sentiva come se una stasi paradossale stesse riempiendo quella città. Eppure il traffico e la confusione sembravano rilassarla, darle respiro.
Arrivata al parcheggio del centro lasciò l’auto. Da lì, per quanto distante, si incamminò verso la solita trafila di agenzie interinali. Sei in tutto. Nell’ultima Liliana aveva aspettato il proprio turno sfogliando una rivista e osservando chi aspettava con lei. Per lo più ragazzi sotto la trentina. Tra loro c’era anche un signore di una certa età, sulla sessantina. Quando toccò a lei, la ragazza dell'agenzia le ripropose le stesse domande della prima volta.
“Stiamo aggiornando il database dei curricula”, le aveva detto. Quasi a giustificare le domande che faceva.
E quando l'impiegata le chiese perché un anno prima avesse lasciato il lavoro notò nelle sue parole un certo imbarazzo. Senza farci troppo caso Liliana aveva risposto, “Problemi personali”.
Una volta fuori si fermò in un bar a bere un caffè.
Ora, alle dodici e quarantadue, Liliana usciva dal bar e si avviava verso l'auto per tornare a casa. Stavolta avrebbe fatto la riviera per evitare il traffico.
Ma di nuovo, lungo la strada di casa, sentì il mare. Lo vedeva gonfiarsi oltre gli scheletri dei lidi smontati.
Ebbe chiara l’immagine di se stessa che da mesi passava le giornate a fissarlo dietro quei vetri incrostati dal sale.
Fermò l’auto e scese. Fece un grande respiro. Cercò di respirare più forte che poteva.
Telefonò a suo marito. Il cellulare suonò senza una risposta. Riprovò lasciandolo squillare a lungo. Poi riattaccò.

Sulla riviera c’era poca gente. Anziani che passeggiavano e ragazzi che facevano footing. Ma nessuno sembrava curarsi del mare.
Attraversò la strada e si avviò sulla sabbia.
La spiaggia era sporca. Puntellata da cumuli di detriti portati dal mare. Boe sradicate, alghe, ramoscelli fradici, legni levigati dall’acqua che sembravano ossa bianche. Poi Liliana vide un gabbiano morto, raccolto su un fianco. Si avvicinò e lo toccò con la punta della scarpa. Tirò su il bavero del cappotto e pestò la sabbia fin dove l’onda arrivava.
L’aria era carica di umidità. Sentiva piccole gocce pungerle la faccia come spilli. I frangiflutti spaccavano le onde e le spingevano in alto fino a toccare quel cielo così basso.
Si voltò indietro per vedere le orme lasciate nella sabbia ed ebbe il desiderio di calpestarle a ritroso, come quando da bambina provava a camminare all’indietro senza perdere l’equilibrio.
Poi guardò il mare e fece un passo in avanti. L’acqua le bagnò le scarpe.
Si voltò ancora indietro per guardare la spiaggia. Le case che affacciavano sulla riviera avevano le tapparelle abbassate. Erano vuote, disabitate. E lo sarebbero state per tutto l’inverno, e la primavera, fino all’arrivo dell’estate.
Si spinse ancora fin quando l’acqua non le arrivò ai polpacci.
Vedeva i piedi riemergere quando l’onda si ritirava, poi di nuovo sommersi. L’acqua tirare i lacci delle scarpe e aggrapparsi alle caviglie.
Restò così a sentire il freddo del mare salire lungo il corpo.
Telefonò ancora a suo marito.
E suo marito rispose, “Dimmi”.
“Perché mi hai lasciata?”
Suo marito non disse niente. Restò in silenzio.
“Perché te ne sei andato?”
“Oddio… lo sai perché, ne abbiamo già parlato”.
“Dimmelo”, sussurrò Liliana.
“Liliana, dai. E’ una vecchia storia. Non è questo il momento…”
“Dimmi perché mi hai lasciata”
“Perché…”
Liliana attaccò. Chiuse il telefono mentre avvertiva il mare meno freddo dell’aria che le tagliava la faccia. Era caldo quasi. Lo sentiva man mano che le gambe ci sprofondavano e i pantaloni si appiccicavano alle pelle. Si chiese come mai. Perché quel tepore.
Squillò il cellulare.
“Dove sei Liliana…?”
Liliana non rispose. Vide dei gabbiani volare e posarsi sulla sabbia.
“Dove sei…?”
“Vicino al mare…”
“Dove sei? Non si sente niente”.
“Sono nel mare, Massimo. Nel mare”.
I gabbiani si muovevano come randagi in cerca di cibo.
“COME?”
“Non riconosci il rumore?”
“Non posso parlare ora. Ti chiamo più tardi”.
Liliana vide un'onda crescere dal mare. Si strinse nelle spalle. Chiuse la mano sul cellulare e avvicinò la bocca più che poté.
“Lo sai… mia madre è morta…”, sussurrò.
“Lo so, Liliana, lo so. Ora non posso parlare”.
L’onda si spaccò su un frangiflutti.
“Io non sono più figlia…”.
“Va bene, amore… va bene…”.
“…ora io devo essere madre”.
Il fragore del mare copriva le parole.
“Occhei. Ne parliamo quando torno. Va bene amore?”
L’acqua le arrivava alle ginocchia.
“Io non resterò mai più sola”.
“COSA HAI DETTO?”
“Nessuno mi lascerà più sola”.
"Parla più forte. Non ti sent..."
Liliana attaccò. L’acqua la inghiottiva lentamente. Anche l’orlo del cappotto era ormai fradicio, e per quanto stesse in piedi sentiva il peso del mare aggrapparsi ai vestiti e tirarla giù. Si chiese se stesse piangendo. Aveva il viso bagnato, grondante. Avvertiva il freddo colpirla in faccia e lei non sapeva
Poi il cellulare suonò ancora.
“LILIANA! LILIANA! TI SENTO POCO. VA TUTTO BENE?”
Liliana vide l’onda spaccarsi sui massi.
“LILIANA!?”
Inghiottire i frangiflutti.
“LILIANA!?”
Vide l’onda correre verso di lei.
“LILIANA!?”
Indietreggiò.
Il mare la risucchiava dai piedi.
“LILIANA NON TI SENTO!”
Le gambe erano diventate pesanti.
“VA TUTTO BENE?”
Non riusciva a muoversi.
“LILIANA!?”
Spinse. Spinse. Spinse di più, con più forza. Tentò di correre. A fatica, in modo scomposto. Cercò di farlo verso la spiaggia mentre il fragore del mare la stordiva.
Sentì le gambe cedere per lo sforzo, la vertigine affondare nella sua goffa corsa per poi cadere sulla sabbia dove era asciutto. Cadde di faccia. Mangiando sabbia mentre il respiro era affannoso.
Sentì la voce di suo marito chiamarla dal telefono. Si girò sulla schiena e rispose.
“Dimmi”
“NON SI SENTE NIENTE! NIENTE. DOVE SEI, amore?”
Liliana vide i gabbiani alzarsi in volo, poi le macchine passare lungo la riviera.
“Sto tornando a casa”, rispose, “Ho freddo”.
“A chi lo dici”, disse suo marito, “Non vedo l’ora che quest’inverno passi”.
Liliana sentì che stava per piangere, “Pensi di finire tardi stasera?”
“Cerco di tornare il più presto possibile, va bene?”, disse suo marito.
Liliana attese un po’. Si mise a sedere e guardò le scarpe fradice e sporche di sabbia.
“Che cosa vuoi mangiare?”
“Fai tu. Lo sai che sei una cuoca sopraffina”
Prese un legnetto e disegnò un cerchio sulla sabbia, “Faccio i fagioli con lo strutto”.
“Si, buoni. Non vedo l’ora”.
Restò a sputare i granelli di sabbia mentre all'orizzonte sembrava fosse già notte. Disegnò dei raggi attorno al cerchio e andò via.

Una volta a casa Liliana si spogliò. Prese i vestiti e prima di ficcarli in lavatrice vi ci immerse la faccia. Saggiò il tessuto con la lingua, succhiò il salato.
Riassettò tutta la casa. Rifece il letto. Piegò i panni nell’armadio e nei cassetti. Spazzò e lavò in ogni stanza.
Si erano fatte le tre quando ebbe finito.

Ora, con le braccia strette, Liliana fissava il mare da dietro le finestre. La notte all'orizzonte era più vicina. Tra meno di un'ora avrebbe inghiottito quella casa sulla riviera.
Liliana avrebbe voluto non guardare il mare. Masticava se stesso. Ingoiava onde per sputarne altre più grandi.
Vide l’ultima onda inghiottire la spiaggia e raggiungere la strada. La vide tracimare oltre il muretto e lambire il marciapiede. Si vide bambina scappare dalle onde per poi rincorrerle mentre sua madre su una stuoia leggeva un libro e da lontano le sorrideva.
Poi chiuse gli occhi,abbassò le serrande e si mise a letto.
Erano le tre e cinque di pomeriggio di un 11 dicembre.
Quel pomeriggio Liliana sognò che il mare le entrava in casa, e lei, raccolta sul letto si stringeva a sua madre perché non voleva scendere. Restava a letto avvinghiata al suo piccolo bambino perché aveva paura di scendere e di bagnarsi i piedi in quel mare freddo e nero che inondava la stanza.

mercoledì 2 gennaio 2008

Due anni

Hai dormito un buon sonno. Lungo, rilassato, e, a pensarci, senza neanche troppi sogni.
Dalle persiane filtra la luce di un mattino soleggiato. I rumori in strada sono i rumori della città viva: l’incedere pesante dei tram, i motori delle macchine, il ronzio degli scooter, poche voci.
Senti il solaio scricchiolare e lo guardi come fai sempre, sempre con la paura che sia sul punto di venire giù sotto dei passi troppo pesanti. Ma sai che su quel tetto non c’è nessuno, dunque ti alzi dal letto e vai in bagno per defecare.
E’ il tuo primo giorno da disoccupato.
Appena un mese fa hai consegnato la lettera di dimissioni. ‘Lettera di dimissioni con preavviso’. Un modello anonimo scaricato dalla rete, pieno pieno di formule e parole desuete che hai lasciato com’erano.
Alla voce ‘Motivazioni’ hai scritto ‘Nessuna motivazione’. Certo, avresti potuto cancellare la riga visto che non avevi niente da dire, ma il poter informare la direzione di non aver nessun motivo per lasciare il lavoro ti era suonato come una misteriosa rivalsa.
La notte precedente alla stesura di quella lettera avevi bevuto come un pazzo. Lo sentivi che quella notte il tuo bere aveva un che di disperato, lo avevi sentito per tutta la serata. A partire dall’aperitivo consumato da solo, per continuare durante la cena con alcuni tuoi colleghi, fino al dopocena, in giro, come spesso facevi, per puttane fino a tardi.
Sulla strada di casa, in quella stessa notte, sei stato costretto a fermarti più di una volta. Non ricordi nemmeno quante. Eppure continuavi a vedere doppio, a guidare male, a vomitare. Una volta a casa sei crollato in un sonno profondo. Le due sveglie che suonavano e tu che neanche le sentivi. Ti sei svegliato all’improvviso e l’ansia ti divorava, perché era già tardi, troppo tardi, quando, quella stessa mattina, come molte altre, avresti dovuto iniziare a lavorare alle sei. Era una domenica, di un mese fa.

“Sono la signora Corbella”, la vicina di casa bussa alla porta e si presenta con due cornetti, “ho provato a bussare anche prima. Credevo non ci fosse nessuno, ma non avendola sentita uscire stamane ho pensato stesse poco bene… col freddo che fa l’influenza fa bisboccia.”
Prendi i cornetti e ringrazi. Ma lei non va via.
“Lo sa, continuo a sentire dei passi sul tetto. Ogni volta ho paura che il solaio stia per crollare.”
Dici alla vedova Corbella che anche tu hai la stessa impressione, e che ogni volta trasalisci per poi ascoltare il tetto assestarsi.
“Sono questi palazzi antichi. Scricchiolano come le ossa dei vecchi”, dice la vedova Corbella, “Vuole un caffè?”
Tu accetti nonostante sei ancora in pigiama.
Ricordi. Da quando ti sei trasferito in questo condominio hai sempre rifiutato gli inviti della vedova Corbella. Per lo più ci chiacchieri sul pianerottolo perché credi sia un luogo di nessuno, quindi adatto.
Però questa volta accetti. In fondo stai per partire, non devi lavorare. E ti sorprende questa sensazione di calore ora che scopri che la cucina della vedova è come l’hai sempre immaginata. No. Non chiederti il perché di questo senso di spossatezza, di questa improvvisa nostalgia. Forse perché tutto questo sembra appartenere ad un ricordo. Già, pensi, sembra il deja-vu di un nocciolo di esistenza.
Ti accomiati dalla vecchia signora dopo aver bevuto il caffè e aver pensato per tutto il tempo di non esserti fatto il bidè.
Rientri in casa, fai il letto, riassetti la stanza e la cucina, poi fai una doccia calda.

Sei arrivato al giro di boa, ti dici. Ti senti come uno di quei vecchi navigatori quando ancora si credeva che la terra fosse piatta, e dunque avesse una fine. Poi, come quel navigatore, decidi di metterti in mare per raggiungere l’estremo confine. Ma ignaro di aver circumnavigato il mondo e la vita, a poche miglia da casa, muori di stenti con tutta la ciurma, quando ancora non hai perso la speranza di vedere la fine, di poterla solcare fra le onde. A te che il mare ha sempre fatto schifo.
Sul letto pochi vestiti ripiegati. Un paio di pantaloni. Un paio di camicie. Due maglioni. Quattro mutande, calzini necessari, due asciugamani.
Ieri sera hai inviato a lei un sms, sei sveglia?.
Hai atteso un po’, poi, spento il cellulare, ti sei messo a letto.
Ora, dopo aver chiuso la piccola valigia, le invii un sms per informarla che tra un’ora partirai. Hai voglia di vedere come si sono sistemate nella nuova casa. Lei e la bimba. Certo, ora non sai nemmeno perché, ma hai voglia di incontrarle.
Tra quattro ore dovrei essere lì, le scrivi.
Sono passati due anni dall’ultima volta che le hai parlato, altrettanti da quando l’hai vista. Due anni come se per te non fossero mai esistite. Due anni in cui tu non sei mai esistito. Due anni da quella sera in cui lei te lo disse. Aveva paura, ricordi, tremava, eppure era così dolce. E tu, senza sapere perché, l’hai picchiata e sei andato via.
“Vai via, e non tornare mai più”, ti aveva gridato lei con la bocca spaccata, e tu ti guardavi le nocche sporche di sangue, “Sei un mostro. Vai via. Non tornare mai più”.
No. Non l’hai fatto. Non sei tornato mai più perché sei un mostro.
Il solaio scricchiola ancora. Lo fissi stringendoti nelle spalle. Prendi il bagaglio e vai via.
Uscendo, ti blocchi sulla porta. Apri il mobile delle scarpe che sta nell’ingresso e conti tredici paia. Un bel bottino, non credi.
Ed ora che viaggi, ora che l’auto scivola silenziosa sull’asfalto non sorprenderti se scoppi a piangere. Non chiederti perché, né tantomeno se ti succede per ben tre volte. Ora sei in macchina e viaggi da solo in autostrada.
Asciugati gli occhi uomo, porta questo nome con dignità, perché ti stanno lampeggiando e tra poco ti fermeranno. Certo, si, è una pattuglia della polizia che vorrà chiederti documenti e quant’altro. Dici che è strano. Dici che è strano che ti fermino in autostrada neanche fossimo su una highway americana. Eppure tremi. Hai paura. Mi chiedo soltanto di cosa tu abbia paura. Di quale porzione di te. Quella che immagini o quella che non ricordi? Ma ora rallenta ed accosta se non vuoi metterti nei guai. In fondo se tu non parli loro non sanno. I pensieri, ciò che conti di fare, è soltanto tuo e di nessun altro. Perché anche questo è un tuo segreto.
“Favorisca i documenti”.
Vedi, sembra fatta. Il poliziotto si è allontanato, farà il controllo di rito in centrale, e tu, che non hai niente da temere, ripartirai come se niente fosse successo. Lo so, che vuoi farci, dallo specchietto ne vedi sopraggiungere un altro. Avrà voglia di fare due chiacchiere per ammazzare il tempo. Eppure continua a sembrarti strano che ti abbiano fermato a questo modo, come se ti avessero letto dentro.
“Ha con sé droga? Armi?”
Rispondi. In fondo non c’è nessun problema. E’ tutto in regola. Se resti zitto a fissare il vuoto non fai che complicare tutto.
“Ha con sé droga? Armi?”, ti ha ripetuto il poliziotto. Lo senti? Lo vedi che si sta sporgendo nell’abitacolo?
Ecco bravo, apri il cruscotto e tira fuori la pistola. E’ quello che ti stanno chiedendo. E non c’è problema. Hai una pistola, è tua, ed hai anche un regolare porto d’armi. Che poi ti intimano di scendere dall’auto puntandoti contro la loro di pistola anche questo fa parte del lavoro.
Tra poco ti porteranno via. Stanno perquisendo l’auto in ogni angolo ed ora aprono la tua piccola valigia e la svuotano. E se ti chiedi il perché di tutto questo sospetto non fartene una malattia, in fondo viaggi con un’arma e per quanto siano mesi che tu nemmeno la tocchi ora l’hai portata con te. Ed un motivo c’è sempre per portarsi dietro un’arma.
“Per favore ci segua”
Lasci l’autostrada seguendo l'auto della polizia. Non ti hanno ridato né il porto d’armi né la pistola. Vogliono che li segua nella caserma di un paese vicino. Cosa ci sia che non va non so dirtelo. Dovresti essere tu a saperlo. E va bene: se dici che non c’è niente parcheggia l’auto davanti a questa costruzione rosa e non chiederti perché ti hanno portato in caserma.

Seduto ad una scrivania rispondi a diverse domande.
Il maresciallo sembra sorpreso dal fatto che porti una pistola con te. Tu gliel’hai spiegato che stai tornando a casa. Che stai tornando nella tua vecchia città. “E un bagaglio così piccolo?” ti chiede. E’ solo per un po’ di tempo, tu rispondi. Pochi giorni. Un paio.
“Il poligono di tiro…?”, ripete il maresciallo.
Si, il poligono di tiro. Menti. Perché il poligono di tiro ti rilassa. Quelle luci al neon, le pareti grigie e spoglie, gli spari che sembrano arrivare da lontano con le cuffie di protezione sulle orecchie. Menti. Come se in quelle cuffie si nascondessero chilometri di distanza. Gli occhiali puliti che la realtà sembra più chiara. Premere il grilletto ad intervalli brevi e regolari come bracciate incessanti in una piscina azzurra.
Questo però non lo dici. Questa poesia che ti inventi fai bene a non dirla.
Il sole di un piccolo paese sugli Appennini inonda la stanza e sa d’inverno.
“Negli ultimi due anni lei non risulta iscritto a nessun poligono di tiro”, continua il maresciallo.
Certo, hai avuto poco tempo e modo di dedicarti allo sport da quando ti sei trasferito.
“Come mai si è trasferito in un’altra città?”, lui ti chiede.
Tu rispondi che è per lavoro.
“Nient’altro?”
No. Soltanto per lavoro.
E menti ancora. Perché sai che i pensieri sono soltanto tuoi e di nessun altro.
Senti i tasti del computer battere e le domande del maresciallo incalzare per arrivare non capisci dove. Ma ti vedo calmo. Calmo come non ti ho mai visto.
Ed ora hai voglia di fumarti una sigaretta che chiedi. Te la danno, ed in fondo fanno soltanto il loro lavoro. Tutto ciò che va fatto, come tu hai sempre sostenuto.
Ti accomodi fuori per fumare, dicono di non allontanarti. Un poliziotto ti accompagna e comincia a chiacchierare con un collega dall’altra parte della guardiola.
Tu li guardi. Pensi a qualcosa che nessuno può sapere. Poi getti la sigaretta e ritorni nella stanza. Un'altra ventina di minuti di domande. E vedi, ti restituiscono i documenti.
Ma la pistola ed il porto d’armi no. Li trattengono per ulteriori controlli.

Cosa c’è ora che sei rientrato nell’auto. Non pensare e non farti domande. Sistema il libretto nel cruscotto, ripiega i vestiti nella piccola valigia, metti la chiave nel quadro, e parti. Lei e la bimba ti stanno aspettando. Magari dovresti informarle del tuo ritardo, ma che importa. Sul display c’è l’avviso di una chiamata senza risposta. E’ lei.
Poi visualizzi un messaggio: Ti stiamo aspettando.
Non c’è altro da fare. Per quanto gli eventi abbiano subito piccole variazioni devi fare ciò che stai facendo: allacciati la cintura di sicurezza, ruota la chiave e dai gas. Ma pensi alla pistola. Pensi a lei e alla bambina.
Prendi il cellulare. Leggi ancora il messaggio. Lo spegni del tutto.
Ti passi una mano sulla fronte. Slacci la cintura. Esci dall’auto.
Attraversi la strada tranquilla ed entri in un bar. Ti siedi ad un tavolo ed ordini un caffè. Te lo porta il ragazzo che sta dietro al bancone. Avrà trentaquattro anni.
Ti direi di non fermarti ora. Non adesso. Ma tu ti guardi intorno mentre la tv dà uno di quei programmi della mattina in cui sono invitate piccole persone: giardinieri, cuochi, impiegati, operai, casalinghe, a parlare di non sai nemmeno tu cosa. Non l’hai mai saputo.
Due tavoli più in là ci sono due signore anziane con delle buste della spesa. Al bancone un vecchio ed una signora che bevono qualcosa e chiacchierano.
Al tavolo di fianco al tuo, una bambina scarabocchia su dei fogli sciolti.
Ordini un altro caffè ed intanto guardi fuori dai vetri il piccolo giardinetto con una vecchia altalena e quella giostra rotonda con tanti sedili da spingere. Senti ancora quel senso di spossatezza. Quel grumo di esistenza che non sai da dove arrivi.
I due poliziotti escono dalla caserma. Li vedi salire in macchina e ripartire con la sirena accesa.
La sigla del telegiornale riempie l’aria del bar. Il ragazzo porta il caffè e ti accorgi che la bambina ti sta tirando per un braccio.
“Ti piace? Questa è una balena”, ti chiede.
Guardi quegli scarabocchi blu e fai cenno di si con la testa.
“E questo ti piace? Questa è la mia mano”.
Annuisci ancora.
“Questo è Bebè, il nostro cane”, e ne caccia fuori un altro, “Tu sai disegnare?”
Dici di no alla bambina che avrà quattro anni.
Allora la bambina si mette in piedi di fianco a te, si poggia sul tuo tavolo ed inizia un nuovo disegno.
Ti giri a seguire la tv. Un nome ti ha rapito. Il telegiornale parla della città che hai lasciato da un paio d’ore e di un palazzo il cui il tetto ha ceduto. Le immagini che scorrono mostrano vigili del fuoco aggirarsi tra le macerie di un ultimo piano.
Si cercano due corpi, dice il giornalista. Di un uomo sulla quarantina e di un’anziana vedova. Ti sembra di riconoscere casa tua. Di vedere le tue scarpe spaiate confuse tra i detriti. Il senso di una vita buttata al vento.
La bambina ti strattona ancora costringendoti a guardare un nuovo disegno.
Tu fai cenno di non capire, e la bambina stupita dice: “Questa è nonna!”
Finisci di bere il caffè e ti alzi per andare via. La bambina ti offre i disegni che ha fatto e tu li prendi, ma in cambio vuole che tu la spinga sull’altalena.
“Però mi spingi un po’ sull’altalena”.
Guardi verso il ragazzo che credi sia il padre. Lui annuisce con la testa.
Senti una piccola mano che tira la tua. La bambina si avvia fuori e vuole che tu la segua, poi monta sul piccolo sedile. L’altro resta vuoto, lo guardi e hai l'impressione che se ne stia in silenzio. Tu le appoggi le mani dietro la schiena, ristai un poco mentre le guardi i capelli ricci e neri. Il piccolo collo. Poi inizi a spingerla con delicatezza.
Ti senti perso. Scapperai ancora.
E la bambina ti chiede se anche tu hai una figlia.
“E le vuoi bene?”
“Non lo so”
“E quanti anni ha?”
Due anni, rispondi.
Poi la bambina ti dice di spingerla più in alto.

giovedì 13 dicembre 2007

Il tinello


Il camino bruciava lentamente e faceva fumo. Maria uscendo dalla cucina strinse gli occhi e andò ad aprire il balcone nel tinello. L’aria fredda entrò in una folata e le colpì le gambe mentre la cappa che si era creata scivolò fuori. Sporse la testa e sbarrò gli occhi all’aria dell’inverno. Li tenne così fin quando non li sentì freschi.
Stava preparando il pranzo. Il ragù cuoceva da due ore buone. E gìà dalla mattina quando si era alzata sul presto aveva messo il coniglio a macerare nel latte. Era un pranzo speciale quello perché era il compleanno di Raffaele. Sarebbe uscito da scuola all’una e un quarto e da lì a mezz’ora sarebbe tornato a casa.
Antonio, il maggiore, era di là che dormiva ancora. La sera prima aveva fatto tardi. Maria si era svegliata sentendolo rientrare. Aveva sentito la sua voce dalla strada. Stava urlando con qualcuno. Poi aveva sentito una portiera sbattere ed un’auto partire. Non sapeva di preciso che ora fosse ma sapeva che era notte fonda.
Mise un altro ciocco nel camino, ravvivò il fuoco e ritornò ai fornelli.
Girò il sugo. Annusò la cottura, poi infornò il coniglio adagiato su un letto di patate. Quindi ritornò nel tinello e accese il televisore per vedere che ora fosse.
Quaranta minuti ed il coniglio sarebbe stato in tavola.

Antonio restò a letto per un po’. Una volta sveglio si rigirò tra le coperte cercando di ricordare la sera precedente. Poi si alzò e andò in bagno a lavarsi la faccia ed i denti. Aveva la bocca impastata ed un brutto sapore.

“Auguri di nuovo”, disse Cinzia a Raffaele, “Ci vediamo stasera a casa tua”.
“A stasera”, disse Salvatore, “porto il vino di mio padre. Ma poi tuo fratello ci accompagna?”, aggiunse.
Raffaele annuì, buttò la sigaretta appena prima che le porte dell’autobus si chiudessero e li salutò.

La sigla del telegiornale informò Maria che era l’una e mezza. Dette un’altra girata al sugo e mise l’acqua sul fuoco.
L’olio nella teglia, con il coniglio e le patate, iniziava a sfrigolare. Controllò la temperatura del forno e si spostò nel tinello.
C’era di nuovo fumo così si chiese se non avesse fatto una sciocchezza ad accendere il camino dopo tutto quel tempo. Ma era festa e l’inverno freddo. Aprì di nuovo il balcone, vide che il cielo andava schiarendosi e la neve sciogliendosi, e questo le parve un buon segno.
Prese altri due pezzi di legno.

L’acqua della doccia scrosciava ed Antonio si godeva il tepore. Sentiva la morsa alla testa allentare la presa. Era contento che fosse sabato ed era contento di non lavorare. Quella settimana era stata dura. Aveva fatto vedere più di trenta tra case ed appartamenti, che poi avessero concluso soltanto per quattro importava poco.
Sarà stata l’età, o la laurea, ma col capo avevano concordato un dignitoso fisso mensile, delle provvigioni non gli interessava.
Aprì uno dei bagnoschiuma della madre e nel sentirne l’aroma si inebriò. Passò in rassegna tutti e sette i flaconi, lesse le fragranze sulle etichette e sorrise.
Scelse quello con su scritto “Fiori di loto e latte di acacia”.

“Raffaele! Raffaele!”
Raffaele stava chiacchierando con un suo amico vicino alla cabina del conducente quando si sentì chiamare dal fondo dell’autobus. Si voltò cercando di capire chi lo chiamasse, ma a quell’ora la linea era affollatissima e scorgere un volto preciso era impossibile.
Fece finta di niente e riprese a chiacchierare.
Lo chiamarono ancora. “Raffaele! Raffaele!”
Conosceva quella voce ma non riusciva a capire chi fosse.
Poi l’amico gli indicò qualcuno sul fondo dell’autobus e lui vide una ragazza agitare la mano.

Quando Antonio entrò in cucina trovò sua madre seduta davanti al televisore. Stava piangendo. E lo faceva in silenzio.
“Che c’è mà?”, le chiese.
Sua madre guardava lo schermo e si asciugava il viso con l’orlo del grembiule.
Vide che dal telegiornale arrivavano le immagini di un funerale.
“Mà, che c’è? Perché piangi?”
Sua madre non rispose.
Antonio andò in cucina per prendere un bicchiere d’acqua poi rientrò nel tinello.
Maria si asciugò gli occhi e disse:” E’ morto un soldato italiano”.
Antonio alzò il volume e si sedette dall’altra parte del tavolo.
Il telegiornale mandava le immagini del rimpatrio della salma. L’atterraggio dell’aereo nella notte, il saluto dei soldati sull’attenti.
“Gli hanno sparato mentre era sull’elicottero”, disse Antonio mentre si strofinava la testa con l’asciugamani, “L’ho letto l’altro ieri sul giornale”.
“Povero figlio”, disse sua madre, “Povero figlio”.
La bara era avvolta nel tricolore e, ora, stava ai piedi di un grande altare.
“Guarda quanta gente”, continuò,” quelli devono essere i genitori… Che pena ”.
Antonio ficcò il naso nell’accappatoio e respirò profondamente.
“Vedi… quella ragazza che piange è la moglie”, poi Maria si asciugò gli occhi e si alzò, “Povero figlio”, disse, e andò in cucina a girare il sugo.

“Che ci fai qua?” chiese Raffaele sorpreso nel riconoscere Antonella, “Non stavi a Torino?”
“Sono tornata”, rispose Antonella divertita.
“Ma dai! Quindi stai qua?!” le chiese mentre si aggiustava lo zaino sulla spalla.
“Per poco, credo. Siamo scesi io, mamma e papà… c’è mia nonna che non sta bene”, disse Antonella, “E’ mezz’ora che ti chiamo!”, aggiunse allegra.
Raffaele le sorrise, “Sentivo una voce conosciuta ma…”, guardando le persone che affollavano l’autobus.
“Ti sei già dimenticata di me”, disse Antonella divertita mentre gli toccava un braccio.
Raffaele si ritrasse poi rise: “Che grande… E quanto tempo resti?”
“Non lo so. Dipende dai miei…”, Antonella alzò gli occhi, si grattò il mento, “…o forse da mia nonna”.
“E come và a Torino? Racconta!”.
L’autobus si fermò alla stazione. Scese molta gente. Raffaele e Antonella si precipitarono su due seggiolini e si sedettero vicini. Poi le porte si chiusero e l’autobus ripartì.

Quando Maria ritornò nel tinello Antonio aveva cambiato canale.
“Perché hai cambiato? Rimetti il telegiornale”, disse Maria addolorata, “Voglio vedere”.
“Vedere cosa?”, disse suo figlio mentre cambiava i canali.
“I funerali di quel ragazzo”.
Antonio rimise il telegiornale.
Era una chiesa grande. Tra le panche della prima fila, insieme ai familiari, c’erano grosse cariche politiche. Anche il presidente della Repubblica con sua moglie. La voce del giornalista commentava le immagini lasciando uscire brevi passi recitati dal vescovo.
Antonio si guardò attorno, “Perché hai acceso il camino?”, disse annoiato.
Si alzò e si diresse verso il balcone.
Maria non rispose.
“Guarda che fumo. Non si respira”.
Aprì, lasciò uscire un po’ di fumo, ma richiuse subito dopo. L’aria era fredda e la neve fuori la rendeva fredda anche agli occhi.
Scivolò lungo la parete, “Mà, Guarda che sono accesi i riscaldamenti” mentre appoggiava la mano sul termosifone.
Maria non rispose. Continuava a seguire il telegiornale e a controllare l’ora.
Squillò il telefono, e Antonio, vedendo che sua madre non si muoveva, andò a rispondere.
Poco dopo rientrò nel tinello e informò sua madre che Raffaele stava arrivando e con lui c’era anche una certa Antonella.
“Uh, Antonella”, disse sua madre sorpresa.
Antonio si strinse la cinta dell’accappatoio e chiese: “Chi è Antonella, mà?”
“ Antonella ”.
“Ho capito. Ma chi è?”
“ Antonella… abitava qui all’angolo”.
“La conosco?”
“Certo che la conosci… Antonella ”, ripeté la madre.
Antonio fissò la madre che non distoglieva gli occhi dal televisore.
Ogni tanto si portava l’orlo del grembiule agli occhi e si asciugava una lacrima invisibile. Antonio attese.
“Lei e tuo fratello erano fidanzati”
“ Antonella …”, ripetè Antonio a bassa voce.
“Per più di un anno…”, continuò sua madre. “Che pena mi fanno quei ragazzi”, disse quando il telegiornale mostrò una pattuglia di commilitoni in collegamento con i funerali in Italia, “Che pena”.
“Non me la ricordo”, disse Antonio.
“E’ stata la prima fidanzata di tuo fratello… Antonella ”.
Antonio andò in cucina. Staccò un pezzo di pane e assaggiò il sugo.
Pensò ai bagnoschiuma della madre e sorrise.

“Da quant’è che non ci vediamo?”, chiese Raffaele.
“Da quando sono partita per Torino”, rispose Antonella.
“E cioè?”.
Antonella si strinse nella sciarpa quando l’autobus aprì le porte, lo guardò: “Quattro anni fa”.
“Cavolo…”, disse Raffaele, “E a che scuola sei andata?”
“Guarda che ci scrivevamo. Ci siamo scritti per un po’”, disse Antonella.
“Scusa”, le fece Raffaele, “Ma dopo un compito di matematica ho la testa che mi frigge”.
Restarono in silenzio. Raffaele guardò fuori dal finestrino. Aveva nevicato tutta la mattinata. Vedeva i fiocchi cadere grossi oltre i vetri della classe. Avrebbe preferito contarli uno ad uno piuttosto che perdersi in equazioni e derivati. Ora stava uscendo il sole, il cielo si rischiarava, e tutto era bianco.
Intanto Antonella gli guardava le scarpe da ginnastica. Erano fradice.
“Non hai freddo ai piedi?”, gli chiese.
“Un po’”, disse Raffaele mentre continuava a guardare fuori.
L’autobus fece una brusca frenata. Un borbottio diffuso riempì l’abitacolo.
“Veramente non ti ricordi che scuola faccio?”
“No. Ora no.”

Quando Antonio rientrò nel tinello il viso di sua madre era una maschera di tristezza..
Sullo schermo stavano sfilando foto del soldato morto. Lui da bambino. Lui da grande. Lui che si sposa. Lui in divisa.
“Povero figlio”, ripeteva sua madre, “Povero figlio. Guarda quanta gente fuori dalla chiesa…”
Antonio vide una cronista all’entrata della chiesa intervistare una donna sepolta nella sciarpa e nel cappotto. La donna con la voce spezzata diceva che lo conosceva, che era del suo stesso quartiere. Lui e suo figlio avevano fatto il militare assieme.
A questa seguirono altre tre interviste. Tra queste un ragazzo aveva detto che il militare morto era un eroe.
Antonio prese il caffè che stava sul tavolo e si versò una tazzina. Il caffè era freddo. Poi disse: “E’ il ventesimo che muore”
Maria alzò gli occhi verso di lui, “Poveri figli, poveri figli… che pena”.
Antonio bevve il caffè d’un fiato.
“Mamma, è il loro lavoro. Nessuno li ha costretti”.
Poi parlò il presidente della repubblica. E Maria, come se non avesse sentito, prese il telecomando e alzò il volume.
Antonio uscì dalla cucina. Si tirò la porta dietro. Si strinse nell’accappatoio e si avviò verso la sua stanza.

“Lo sai, un po’ mi vergogno”, disse Antonella sotto il portone di casa.
“E perché?”, le chiese Raffaele divertito, mentre girava la chiave nella toppa.
Antonella lo strattonò, “No. Aspetta, dai”.
“Mia madre sarà contentissima di vederti”, e spinse il portone con un braccio per cederle il passo.
“E’ tanto che non vedo i tuoi genitori e tuo fratello”.
“Me lo fai come regalo. Che poi magari stasera non riesci a venire”
“Non lo so”, disse Antonella arricciando il muso.
Raffaele la tirò per una mano e chiuse il portone.

Antonio stava leggendo il giornale vicino al camino. Di tanto in tanto spaccava la brace e sistemava i pezzi di legna ancora non bruciati. Poi tornava a leggere.
La tavola era apparecchiata per quattro. C’era una bottiglia d’acqua, una di aranciata, una di vino.
Al centro, un tagliere con del salame da affettare.
Sua madre era tornata in cucina per buttare la pasta.
“Hai fatto tardi stanotte”, disse dalla cucina.
Antonio non rispose. Voltò pagina.
“Con chi stavi urlando?”
“Che hai detto, mà?”
“Ti ho sentito gridare. Stavi parlando con qualcuno in strada”.
Antonio non rispose. Cercò di ricordare ma non ci riuscì.
Maria entrò nel tinello asciugandosi le mani sul grembiule. Guardò l’ora alla televisione e tagliò una fetta di salame.
“Hai bevuto ieri?”
“No, mà. Ho bevuto poco”.
“E’ per via del lavoro che strillavi?”
Antonio chiuse il giornale, lo accartocciò, e lo lanciò nel camino.
Bruciò in una grande fiammata. Antonio vide sua madre fissare il fuoco e per un attimo smarrirsi in quelle fiamme. Si allungò sul tavolo e si versò del vino.
“Aspetta tuo fratello”, gli disse sua madre.
“Dai, mà… Faccio un sorso”.

Quando Raffaele aprì la porta del tinello strinse gli occhi e li guardò. Tossì. Si precipitò verso il balcone e con voce soffocata disse: “Ma che è questo fumo?! Voi qua ci restate secchi!”. Aprì e tirò un respiro di sollievo.
Lasciò entrare l’aria. Fin quando non sentì la cappa di fumo diradarsi.
Intanto Antonella, sulla porta, con gli occhi stretti e la sciarpa sulla bocca, salutava con la mano.
Maria la strinse e la baciò.
“Quanto sei cresciuta figlia mia”, mentre la guardava da capo a piedi, “Come ti sei fatta bella”.
Antonio poggiò il bicchiere, le strinse la mano e la salutò per nome. Poi strinse la mano del fratello e gli dette gli auguri. Si girò verso Antonella: “Oggi mio fratello diventa uomo. E’ pronto per fare la guerra”, e scattò sull’attenti nel saluto militare.
“Coglione”, disse Raffaele.
Antonella rise con loro ma non disse niente. Notò solo che al tavolo mancavano una sedia ed un piatto.

I ragazzi si accomodarono e Maria portò in tavola le pappardelle al ragù.
Antonio aveva riempito i quattro bicchieri di vino e propose un brindisi, “A Raffaele che ora è maggiorenne e potrà prendersi la patente e non rompermi più con le sue feste ed i suoi amici”.
“Infatti”, ribadì Raffaele, “Ora la macchina la posso fregare senza paura di essere scoperto”.
“Braaavo”, disse sua madre, brindando con lui mentre lo guardava negli occhi.
Antonella alzò il bicchiere, fece un piccolo sorso poi con timidezza allungò il vino con l’aranciata.
“Vedo che ti piacciono i cocktail”, disse ridendo Antonio rivolto a lei.
Antonella arrossì, mentre Raffaele la guardava e le sorrideva.
Iniziarono a mangiare in silenzio. Lo scoppiettio del camino si intrecciava ai suoni della televisione accesa che nessuno guardava.
Maria guardava i suoi due figli e Antonella. Sperava che qualcuno dicesse qualcosa ma nessuno commentò la pasta con il ragù. Quindi chiese a Raffaele come fosse andato il compito di matematica.
“Mamma, dai… è il mio compleanno”.
Maria fece un boccone e scomparì in cucina.
Ritornò col coniglio e le patate quando tutti avevano finito il primo. Solo il suo piatto era ancora pieno.
Poggiò il coniglio al centro del tavolo, raccolse i piatti sporchi e ritornò a sedersi.
“E come ti trovi a Torino?”, Maria chiese ad Antonella.
Antonella raccontò della scuola che faceva, degli amici che si era fatta, di come la gente fosse diversa. Diceva che stava bene. L’anno prossimo si sarebbe diplomata e aveva intenzione di iscriversi all’Università
Raffaele disse che voleva fare l’architetto anche se odiava la matematica.
Poi Antonella chiese dove fosse suo padre.
Raffaele continuò a dire che voleva andare a studiare fuori, si sarebbe trovato un lavoretto così da non chiedere soldi.
Antonella lo guardava soprappensiero.
“Magari vengo a Torino?”, le chiese.
Antonella non lo ascoltava. Sentì la mano di Maria accarezzare la sua, “Ci ha lasciati”.
“Mi dispiace”, disse Antonella fissando il coniglio che aveva nel piatto.
“Se n’è andato circa un anno fa”, disse Raffaele. “Capita”, aggiunse girandosi verso il televisore.
Restarono tutti e quattro per un attimo in silenzio.
Poi Antonella, mordicchiandosi una guancia, chiese cosa fosse successo.
“Un incidente”, rispose Raffaele che intanto le versava dell’aranciata.
“Un incidente sul lavoro”, ripeté Maria con dolcezza.
“Mi dispiace. Non lo sapevo”.
“Infatti. Come potevi…”, disse Antonio, “ La televisione non lo ha detto ”, chinò la testa e fece un boccone.
“A questo mondo ci sono lavori e lavori”, continuò Antonio con la bocca piena, “…e gli eroi non te li scegli”.
Antonella guardò Raffaele che fece spallucce.
Restarono in silenzio. Ripresero a mangiare il coniglio. Antonella vedeva le loro teste chine sui piatti mentre Antonio distrattamente lanciava occhiate al camino. Avrebbe voluto sapere di più ma non chiese niente.
Ad un tratto Raffaele scattò in piedi, “’Sto cazzo di camino!”, sbraitò, e andò ad aprire il balcone, “Tu guarda che fumo! Perché cazzo l’avete acceso?! E’ una vita che non lo accendiamo!”, disse stizzito.
“Perché è festa, coglione”, rispose Antonio guardando altrove.
Raffaele vide Antonella abbassare gli occhi e nascondersi.
“Ah… per me…!”, continuò scimmiottando le parole, “Come farei senza di voi…”, e strizzò l’occhio ad Antonella.
Poi si voltò e guardò fuori dal balcone aperto. La neve si stava sciogliendo e lui non sapeva se questa cosa gli piaceva o gli dispiaceva.
“Chiudi Raffaele, sennò se ne va tutto il calore”, gli disse sua madre.
“Mà, ci sono i termosifoni”, le rispose annoiato.
“Non è la stessa cosa”, disse sua madre a bassa voce, “Oggi è festa”.

Finito il pranzo, Maria andò in cucina a preparare il caffè. Sentiva i ragazzi chiacchierare allegramente. Rimase così ad ascoltare, mentre il caffè usciva, le loro voci arrivare dal tinello. Vide le stoviglie sporche nel lavandino, poi pensò che doveva preparare un dolce. Quella sera sarebbero arrivati gli amici di Raffaele. Ognuno avrebbe portato qualcosa, e lei voleva preparare un dolce buono, che piacesse a tutti. Poi il caffè uscì e lei lo portò in tavola.
Raffaele, finito di berlo, si accese una sigaretta facendo capire alla madre che non si sarebbe più nascosto visto che era maggiorenne e che tutti lo sapevano. E anche Antonella, divertita, se ne accese una.
Poi Antonella si alzò. Ringraziò Maria che la baciò e le disse di andarla a trovare.
Ed anche Raffaele, prendendo il piumino, informò che usciva e che accompagnava Antonella a casa. Poi guardò suo fratello e gli strizzò l’occhio.
“Chi verrà stasera?”, chiese Antonio che aveva ripreso ad armeggiare con il camino.
“Saremo in cinque”.
“Chi?”
“Che te ne frega”.
“In macchina non ci entrate tutti”, disse Antonio con sufficienza.
“Ci stringiamo. Tanto manco mi hai fatto il regalo”. Raffaele si girò verso Antonella che, intanto, si era chiusa nel piumino e nella sciarpa. “Ti rendi conto: un fratello maggiore che non fa il regalo al fratello maggiorenne…!”, aggiunse.
Antonio guardò Antonella, “Diciamo che stasera gli faccio da autista, perché il giovane vuole andare a ballare… e questa volta sarà l’ultima”, disse con solennità.

Quando la porta del tinello si chiuse restò soltanto lo sfrigolare della legna.
Dalla cucina arrivava il rumore dei piatti che Maria stava lavando.
L’aria si era fatta di nuovo pesante. Seccava gli occhi e la gola.
Antonio guardò il fumo uscire dalla bocca del camino. Formava un’onda sotto al bordo superiore per rotolare verso l’alto. Aprì il balcone, ma subito dopo lo richiuse.
“Mà, esco un attimo”, disse alla madre che non lo sentì.
Si tirò dietro la porta del tinello. Si allacciò gli scarponcini. Indossò il giaccone. Si infilò il cappello, prese lo zaino grande, e scese in garage.
Gli scaffali erano pieni di roba ed attrezzi di ogni tipo. Cose di suo padre che ormai nessuno più usava. Nemmeno l’auto ci parcheggiavano visto che non c’era più spazio. Si disse che prima o poi avrebbe dovuto mettere ordine, buttare tutto di nascosto dalla madre. Di fronte al fatto compiuto la madre avrebbe potuto fare poco se non disperarsi per un paio d’ore dopodiché tutto sarebbe passato. Così iniziò a tirare fuori, a spostare, a scavare fra tutta quella roba fin quando non lo trovò.
Era avvolto in una di quelle grandi buste per la spazzatura, con l’asta divisa in quattro parti. Slacciò lo spago che l’avvolgeva, tirò via la busta e mise lo spazzolone per il comignolo dentro allo zaino. Staccò la grande scala messa di traverso alla parete ed uscì.
Passato sul terrapieno a ridosso della casa, poggiò la scala al tetto ed iniziò a salire lentamente.
Salendo si fermò al primo piano, e, dalla scala, vide la stanza di sua madre.
Oltre le tende ricamate si intravedeva una parte dei mobili. I due comò con le lampade spente, la cassettiera con lo specchio, ed il letto matrimoniale. Il letto era disfatto soltanto per metà. L’altra metà era perfettamente in ordine. Le lenzuola e le coperte tirate. Il copriletto che avvolgeva il cuscino e cadeva dritto su un lato sfiorando appena il pavimento.
Restò fermo a guardare quel letto spaccato.
Sentì il cuore salirgli in gola. Si chiese come sua madre riuscisse a restare nella sua metà. Come sua madre riuscisse a non violare col sonno il letto intero.
Se la immaginò mentre dormiva raccolta su un fianco, immobile, attenta a non valicare un confine immaginario.
Alzò la testa e continuò a salire.
Una volta sul tetto, iniziò a scansare la neve aiutandosi con lo spazzolone. Si muoveva lentamente per paura di cadere.
Ci mise un po’. Poi stanco arrivò al comignolo.
A vederlo così sembrava non avesse niente. Né lui sapeva bene cosa aspettarsi. Lo scrutò girandogli attorno, poi si disse che sicuramente il problema era nella canna fumaria. Si disse che se avessero voluto riaccenderlo avrebbero dovuto chiamare uno spazzacamino. Ma Antonio non se ne era mai occupato. Non era lui che se ne occupava. Era suo padre. A lui del camino non gli era mai interessato granché.
Lo guardò ancora. Vedeva il fumo uscire a fatica. Poi, aggiustandosi lo zaino sulle spalle, si avvicinò e si sporse nella canna.
C’era qualcosa dentro. Qualcosa di nero che la ostruiva.
Si tolse lo zaino, lo poggiò ai suoi piedi e si sporse ancora.
Dentro al comignolo c’era un nido. Era fitto di ramoscelli ed annerito dalla fuliggine. Il fumo vi filtrava appena. Saliva verso l’alto come sottili fontanelle.
Si spostò su un lato per lasciar passare la luce e vide che dentro al nido c’erano due uova ed un uccello morto.
L’uccello aveva pezzi di guscio appiccicati al corpo.
Guardò ancora, poi si soffiò tra le mani, le strofinò, e le ficcò nella bocca del comignolo ma subito le ritrasse.
Alzò la testa e si guardò intorno. Tutti i tetti erano imbiancati. Si strinse nelle spalle e aspettò, poi soffiò ancora tra le mani e riprovò.
Le ritrasse ancora. Sentì un formicolio che dalle dita gli arrivò alla pancia.
Non ci riusciva e non sapeva perché. Non riusciva a toccare quel nido.
Così fece un grosso respiro. Trattenne il fiato e ficcò di nuovo le mani nel comignolo.
Sentì qualcosa muoversi sotto le dita. Tirò via le mani e guardò verso l’alto con le guance gonfie ed il fiato in gola. Lo sputò fuori. Respirò ancora, poi si affacciò trattenendo l’aria.
L’uccello era ancora vivo. Vide la piccola testa muoversi ed il becco aprirsi. L’uccello emise un suono.
Si spinse via dal comignolo, sputò fuori l’aria e ficcò le mani in tasca.
Restò per un po’ a guardare i rivoli di fumo salire verso l’alto.
Il sole era tramontato ed il cielo era terso e freddo. Poi spinse lo sguardo più in là e vide il mare. Era calmo e la spiaggia imbiancata. Si chiese quando fosse stata l’ultima volta che aveva visto la spiaggia così.

Rientrato in casa Antonio respirò con fatica, tossì, sentì gli occhi bruciare.
Aperta la porta del tinello vide che il fumo era entrato anche in cucina. E sua madre senza accorgersene ancora si affaccendava a pulire i fornelli. La sentì chiedere, “Dove sei stato?”
Antonio non rispose.
Andò verso il camino, si piegò, e, tenendo gli occhi stretti ed una mano sulla bocca, tolse l’ultimo ceppo che bruciava, sparpagliò la brace, prese la bottiglia d’acqua che stava sul tavolo e la versò.
Fu come uno strillo soffocato. Un rantolo. Poi dal camino si alzò una grande fumata che affogò il tinello.
“Giovanni, sei tu?”, disse sua madre dalla cucina.
Antonio non rispose. Si alzò e spalancò il balcone.
“Giovanni lo sai che quel camino fa fumo. Dobbiamo chiamare qualcuno”
Suo figlio Antonio non disse niente. Tenne il balcone aperto fin quando tutto quel fumo non uscì fuori nell’inverno freddo.